Prima le cose belle. La settimana scorsa, lo spettacolo tratto da Brutta è finalmente arrivato a Roma, allo Spazio Diamante. Ed è andato talmente bene — quattro serate sold out e gran finale con ovazione in piedi per la performance di Cristiana - che si è deciso lì per lì di aggiungere una data per chi non avesse trovato i biglietti. Il 13 marzo, quindi, ci sarà un’occasione in più per vedere lo spettacolo.
Le cose meno belle: mi sono finalmente decisa a lasciare il MacBook all’assistenza per far riparare la scocca tutta ammaccata. È la settimana migliore possibile per farlo, dato che oggi comincia per me il semestre accademico, mercoledì sono in diretta con Mensa Italia e poi ci sono tre date consecutive del tour.
È anche il momento peggiore, perché qualunque cosa io debba fare da qua a quando me lo ridanno dovrà essere fatta su un iPad preso a prestito, e a quanto pare l’app di Substack non ama molto Chrome per iPad. Se questa newsletter è senza immagini è perché dovevo scegliere fra metterle enormi (e non riuscire a ridimensionarle) o non metterle. Ho scelto la seconda.
La vita senza MacBook o comunque senza un device con tastiera fisica non è semplice, e mi sto già maledicendo in tutte le lingue del mondo per aver scelto proprio questo momento e non un altro qualsiasi per azzopparmi, ma forse è una reazione freudiana al sovraccarico, o forse ho sottovalutato le difficoltà tecniche, boh, eccomi qua che litigo con una tastiera bluetooth riottosa. Non fare come me, non mollare il tuo mezzo di sostentamento principale all’assistenza nel mezzo della scrittura di newsletter e libro, mannaggiallamort’.
Il controllo del territorio
Il corteo dell’8 marzo avrebbe dovuto ricaricarmi, invece sono tornata a casa stremata e anche un po’ incazzata, nonostante la presenza di un sacco di belle persone con cui è stato un piacere camminare. Parte della mia incazzatura è legata alla sensazione di essere, ora più che mai, in balia di gente che si riempie la bocca di parole come “dialogo”, ma pretende di impostarlo su false premesse: è un po’ complicato parlare con gente che parte dal presupposto che sei una cretina, e questo ha a che vedere sia con la lettera di Arcilesbica pubblicata dal sito dell’UDI, sia con il disprezzo esibito da Eugenia Roccella nei confronti di chi osa fare un femminismo diverso dal suo. È già piuttosto complicato accettare che Roccella, con le sue posizioni antiscientifiche e la chiusura che oppone a qualsiasi tentativo di illustrarle la realtà delle persone di cui dovrebbe occuparsi, possa rivendicare di essere femminista. Ma quando risponde a qualunque stimolo o critica con sufficienza e falsità, lì mi pare tutto vano.
Ho letto con interesse quello che scrive Chiara Sfregola a proposito di questa gigantesca crisi, e accolgo le sue preoccupazioni sullo sfaldamento dei femminismi. Però leggendola ho pensato che mi pare mancasse un pezzo: le femministe della differenza non affrontano la dialettica con gli altri femminismi con la piena legittimazione delle divergenze. Qualche anno fa ho cominciato a notare che stavano diventando sempre più violente e aggressive nei confronti prima di noi della terza ondata, poi delle più giovani, galvanizzate da #metoo, infine dall’accresciuta visibilità delle soggettività trans e dall’affermazione del transfemminismo. All’inizio ho deciso di lasciar correre: era un buon momento per i femminismi, non volevo guastarlo aprendo una faida con le nostre madri e trasmettendo, ancora una volta, l’idea di un movimento diviso e litigioso. Speravo che a un certo punto capissero, o che venissero travolte dalla nuova ondata. Ho sbagliato, e con me molte mie coetanee: abbiamo sottovalutato quell’aggressività e la prossimità di molte di loro ai centri del potere, ai media e alla politica. Ora una delle loro è ministra, ma non si accontentano: continuano a parlare di noi - delle femministe intersezionali e delle transfemministe - come di gente che ha sottratto centralità alla loro visione. È tutta una questione di controllo del territorio, che per noi - almeno dal mio punto di vista - non è mai stata centrale. Quello che contava, e conta tuttora, è la costruzione di una cultura del rispetto e della condivisione, che ovviamente passa anche per il riconoscimento delle identità. Tutte le identità.
Alla luce di tutto questo, mi sembra difficile trovare una quadra, perché se da un lato è possibile convivere con femminismi limitati a una questione sola (quella femminile, che si lascia dietro le questioni di classe, di razzializzazione, e tutti gli altri elementi che concorrono alla marginalizzazione delle persone), non si può e non si deve dibattere della vita delle persone. Lo dicevo qualche settimana fa e lo ribadisco: il patriarcato ha sete di sangue. Una volta che gli hai sacrificato le persone trans, viene a prendere te. Ho imparato a farmi scivolare addosso il paternalismo con cui le femministe della differenza trattano quelle delle generazioni successive: in fondo ho cinquant’anni e spicci e non devo rendere conto alla madre che mi ha messo al mondo, figuriamoci a quelle che quando avrebbero dovuto formarmi alla lotta se so’ date. Non ho debiti con nessuno.
La seconda cosa che mi ha fatto incazzare - e non sono l’unica: ma non mi consola - è stato constatare quanto poco conta la volontà delle donne a fronte della necessità degli uomini eterocis di fare un po’ come cazzo gli pare. Per il corteo di sabato era stato chiesto agli uomini di lasciare la testa alle donne e alle persone trans: non di andarsene dal corteo tout court, ma di lasciare che a guidare un corteo di protesta fossero le persone che in quel giorno erano protagoniste della lotta. Una richiesta semplice, non gravosa, che qualunque alleato poteva comprendere e rispettare.
Al tizio che si è piantato in testa1, in mezzo, per metà corteo, doveva sembrare una richiesta oltraggiosa. A chi gli faceva notare di essere nel posto sbagliato rispondeva di non essere cisgender, cosa che - come si potrà immaginare - era problematica per più di un motivo. Il primo è che, non so come dirlo, ma: di uomini trans ne ho conosciuti e ne conosco un po’. A me, quello che vedevo (e sentivo) sembrava proprio un trentenne medio che stava approfittando del rispetto che la comunità transfemminista ha per le identità e la varietà delle presentazioni di genere. No, non si può sapere come una persona si identifica solamente guardandola: quando lo fanno le TERF ci sembra stupido e da fanatiche. Questo è pacifico.
Però - ed è un grosso però - una persona trans o non binaria che appaia in tutto e per tutto come un uomo cisgender non può non essere conscia del valore e del privilegio legati a quel passing2. Insomma, per farla corta: io credo che quello fosse il classico tipo che si mette in mezzo a una cosa solo per il gusto di fare il prepotente, e l’aggressività con cui ha reagito a chi gli stava chiedendo (gentilmente) di farsi da parte un po’ me lo conferma. Una persona non binaria molto politicizzata con quel tipo di presentazione di genere avrebbe accettato subito di farsi indietro, perché avrebbe compreso la situazione.
Sono incazzata, e ci sto ancora pensando, perché mi pare sintomatico di un clima generale, e del modo in cui gli uomini, in media, accolgono le richieste delle donne, anche le più semplici, anche le meno impegnative. Ogni richiesta che preveda una forma di cessione della sovranità viene accolta con indifferenza o con violenza verbale (quando non direttamente fisica). Era l’8 marzo, Giornata internazionale della donna, l’unico giorno dell’anno in cui le donne sfilano per segnalare la propria presenza nel mondo e per rivendicare diritti negati. E nemmeno quel giorno è chiaro a tutti che ci sono momenti in cui bisogna mostrare sostegno, non usurpare spazio.
Le date
Dicevo che il 13 siamo di nuovo allo Spazio Diamante con Brutta, ma ci sono anche altri appuntamenti. Io sarò presente a quelli con l’asterisco:
14 marzo - Terni, Teatro Secci*
15 marzo - Arsoli, Teatro La Fenice*
30 marzo - L’Aquila, Teatro dei 99
11 aprile - Gozzano (NO), Sala Somsi
Oltre al tour di Brutta abbiamo:
12 marzo - Diretta streaming per il ciclo MENSA Talks, a tema “Femminismo, filosofia di liberazione. Cliccando sul link si può mettere un avviso di inizio dell’evento.
21 marzo - San Vito al Tagliamento, presentazione di Cose mai successe, Circolo Arci CRAL.
E spero che nel frattempo mi ridiano il computer.
Ciao!
Giulia
E ad altri, che però hanno fatto meno storie.
Si definisce “passing”, abbreviazione di “cis-passing”, una persona trans che non sia immediatamente identificabile come tale, e che appaia alle persone che incontra come una qualsiasi persona cisgender. È un tema molto delicato per le persone trans, perché si colloca all’intersezione fra il bisogno di sicurezza e il desiderio di affermare il proprio genere senza per questo cancellare la specificità delle identità trans.


Cit. “Ho imparato a farmi scivolare addosso il paternalismo con cui le femministe della differenza trattano quelle delle generazioni successive: in fondo ho cinquant’anni e spicci e non devo rendere conto alla madre che mi ha messo al mondo, figuriamoci a quelle che quando avrebbero dovuto formarmi alla lotta se so’ date. Non ho debiti con nessuno.”
Da oggi, questa consapevolezza voglio sia il mio buongiorno di ogni mattina.
Mi è piaciuta molto questa analisi lucida della questione, che chiarisce anche molto bene perché è opportuno parlare sempre di femminismi, mai di femminismo. Purtroppo questa cosa del controllo del territorio e dell'occupazione dei centri di potere è tristemente vera e riconoscerlo "macchia" un po' la stima che una persona può avere del femminismo della differenza. Leggi i libri e ti aiutano a pensare, conosci le persone oggi e ti deludono...