Intellettuali, parliamo di soldi
Se non siamo noi i primi a dare valore al nostro lavoro, come pretendiamo che la politica ci prenda sul serio?
Il tour è agli sgoccioli, mancano poche date, almeno per quest’anno. Ci vediamo qui nei prossimi giorni per parlare di La felicità è un atto politico:
15 novembre - Cremona, Museo Archeologico per Bookcity Milano a Cremona, ore 19.00
16 novembre - Cuneo, Cinema Monviso per scrittorincittà, ore 16.30
18 novembre - Roma, Circolo Arci Sparwasser, ore 19.30, con Carola
29 novembre - Mestre, M9 Museo del ‘900, ore 17.00
Questa newsletter ha dei temi ricorrenti, e quello del lavoro (intellettuale e non) è uno di questi. Ne parlo anche nel libro, ne parlo dappertutto da un pezzo, ma in questi giorni il tema è particolarmente caldo, in seguito un post di Jonathan Bazzi pubblicato sui suoi social, che riporto qui sotto, anche se la visualizzazione di Instagram è pessima.
Nei commenti è, ovviamente, pieno di gente che dice: anche io sto così. E mica solo gente sconosciuta: professionisti con una certa anzianità di servizio, scrittori e scrittrici, gente che lavora nel campo dell’intelletto da decenni, e comunque sperimenta lo stesso tipo di precariato ai confini con la povertà. Fuori da quel post, come riporta Loredana Lipperini, la risposta è sempre quella, sprezzante, prevedibile: il lavoro intellettuale non è un lavoro, è roba da fighetti, andatevene a lavorare negli altoforni.
Ne parlavo nel fine settimana con una persona amica, che confermava: a difendere la dignità lavorativa di scrittori e giornalisti si passa per gente che si occupa solo della popolazione residente nelle ZTL, mentre la realtà è che la stragrande maggioranza di chi opera in quel settore fa fatica a pagarsi una casa a Torpigna. La sinistra, a cui da più parti si imputa una sostanziale assenza dal discorso sul lavoro, è in realtà molto attiva sul fronte delle lotte sindacali (a cui è legata da un rapporto storico), e nelle fabbriche ci va eccome, anche se gli interventi messi in campo dai governi di “centrosinistra” (virgolette obbligatorie, dato che è legittimo dire che il governo Renzi fosse di centrodestra liberale nella pratica, se non nella collocazione dichiarata) negli ultimi anni sono sempre stati mirati a risolvere le singole situazioni e non hanno affrontato il problema generale. Ma insomma: per i metalmeccanici ci si muove, per noi poristronzi che di mestiere aiutiamo la gente (metalmeccanici inclusi) a capire il mondo, no.
È una scelta, e per quanto la trovi irricevibile sul piano ideologico, la capisco dal punto di vista strategico. La gente della cultura piace a malapena alla gente della cultura, per tutti gli altri siamo dei fighetti che non hanno mai lavorato in vita loro, e che - a seconda di chi parla - sono dei figli di papà o dei poveri illusi, più la prima che la seconda. Nessuno pensa di avere bisogno di noi.
Lasciamo da parte per un attimo il fatto che tutto, ma veramente tutto, è narrazione: e che quindi anche chi disprezza il lavoro intellettuale fruisce del lavoro intellettuale in qualche forma. Un posto al sole non si scrive da solo. Neanche La zanzara, o Diritto e rovescio, o Fuori dal coro, o il programma di Barbareschi che segue Report. Dietro ognuno di questi programmi c’è una redazione, ci sono degli autori, c’è gente che lavora per costruire una narrazione sul mondo. Può pure essere falsa - le storie spesso lo sono - ma rimane una narrazione, e come tale richiede un ragionamento di qualche genere. Concentriamoci sulla parte di lavoro intellettuale più invisibile e più trascurata: quella che dovrebbe affiancare la progettazione delle nuove tecnologie per far sì che servano l’umanità, e non viceversa (o peggio, la visione distorta del futuro promossa da certi baroni della Silicon Valley).
L’intelligenza artificiale generativa, di per sé, è intelligente quanto lo sono gli ingegneri che la programmano. E gli ingegneri che la programmano, in media, sono gente che mette le tette ai robot perché spera, in futuro, di creare dei ginoidi con cui sostituire le donne, risparmiando agli uomini la fatica di relazionarsi dal punto di vista emotivo e sessuale con le femmine umane. A questo dovrebbe servire la cultura: a fare in modo che gli ingegneri che costruiscono i robot non proiettino sui robot le proprie fantasie di ancillarità femminile estrema. Ma anche, per tornare al punto di partenza, più vicino a noi, a prevenire ed evitare i bias di programmazione dei sistemi di intelligenza artificiale, che non sono accidentali e che hanno conseguenze serie sul mondo in cui viviamo. Le scienze umane dovrebbero affiancare le STEM per fare in modo che le tecnologie nascenti, oltre a quelle già belle che nate e popolari, ci aiutino a crescere e non ci distruggano.
Ok, ma cosa si fa?
Io sono friulana, e un volta che ho finito di parlare di un problema voglio anche parlare della soluzione. È vero che gli intellettuali devono parlare di più di lavoro, povero e non, intellettuale e non: solo una parte lo fa. Il resto, per pudore, inconsapevolezza o mancanza di coraggio, non si avventura mai in quel territorio. Preferisce creare immaginario, piuttosto che parlare dell’esistente. Entrambe le cose sono valide, ma non esistono una a esclusione dell’altra.
Una volta che abbiamo parlato di lavoro, però, bisogna anche cominciare a rivendicare la dignità del nostro. Che ripeto, non è irrilevante, non è trascurabile e non è nemmeno - a differenza di quello che pensano in molti - sostituibile con dei bot. Il pensiero umano, per quanto fallibile e parziale, non può essere rimpiazzato da un sistema predittivo programmato da una banda di tizi in California. L’idea che la sinistra italiana (e la sinistra in generale) non possa occuparsi di noi perché se no l’elettore di Rete4 la schifa è un’idea codarda: dobbiamo rivendicare il diritto a compensi dignitosi, a forme di continuità che ci permettano di passare da una collaborazione all’altra, a una crescente stabilizzazione dei precari e a finanziamenti che permettano alle persone di fruire dei prodotti culturali senza dover scegliere fra quelli e la spesa, perché alla fine anche di questo si tratta. Ma prima di tutto: smettiamo di pensarci sorellastre cattive dei lavoratori Cenerentola. Il lavoro è lavoro, e non privilegio: e anche del nostro la politica si deve occupare. Perché non è marginale.
Questo però passa anche per una forma di rigore, per così dire, etico. Accettare lavori sottopagati o non pagati può sembrarci l’unica soluzione percorribile per non morire di fame, e il nostro senso di colpa (cattolico) ci impedisce di chiedere il giusto compenso per l’opera che prestiamo. Liberiamoci del senso di colpa e dalla vanità che ci impedisce di dire di no a un invito: facciamoci pagare. Diamo valore a quello che facciamo, non regaliamo il nostro tempo e la fatica che ci è costata arrivare al nostro livello di specializzazione, non facciamoci ricattare. Il volontariato è bello, ma è per i ricchi o per chi ha un lavoro stabile e tempo libero. Il nostro tempo e la nostra capacità di articolare il pensiero si paga, e si paga il giusto: nessuno di noi vuole comprarsi il cesso d’oro di Cattelan, vogliamo solo poter continuare a fare quello che facciamo (e per cui abbiamo studiato) senza crepare d’ansia. Impariamo a chiedere, a dire di no, a ricordare agli interlocutori che la visibilità non è una valuta riconosciuta dal Fondo Monetario Internazionale, che usare l’attivismo come ricatto morale per estorcere prestazioni gratuite è disdicevole, e che la passione con cui facciamo le cose non è una scusa per non cacciare il grano.
E cominciamo a pensare anche a come manifestare questa esigenza in maniera significativa a chi deve prendersene cura nelle sedi del potere. Perché nulla può davvero accadere se non riusciamo a portare questo discorso dall’individuale al collettivo, tuttə insieme, e qui intendo davvero chiunque, senza distinzioni: dal redattore de La zanzara all’autrice di romanzi rosa, non c’è e non ci deve essere una gerarchia della produzione o della rilevanza o del prestigio percepito. Siamo tuttə manovali nel cantiere del pensiero, e il nostro lavoro ha un valore intrinseco che va riconosciuto.
Ci risentiamo martedì prossimo.
Giulia



Io da anni ho iniziato a dire di no alla conduzione di panel a gratis, soprattutto per grossi eventi. Per adesso ci ho guadagnato solo di sparire un po’ mentre altri li facevano gratis. Che mi sta bene eh? Però purtroppo senza fronte comune ogni lotta finisce nel vuoto.
Tutto vero. Con riferimento anche a un altro commento qui che parla di (assenza di) fronte comune, mi chiedo quanto la difficoltà a creare cambiamento sia data anche dal timore di perdere alleanze preziose. Ti faccio un esempio: dopo più di un anno sono ancora in attesa di ricevere il pagamento di un articolo che ho scritto per una nota rivista culturale italiana. Pagamento, peraltro, irrisorio rispetto al valore che io attribuisco a me stessa e a quell'articolo: mi merito 4-5 volte tanto quella cifra. Per qualche mese questa nota rivista culturale italiana ha addirittura ignorato i miei solleciti (mi ha ghostata?). Ne ho parlato con alcune colleghe, che mi hanno confessato di aver fatto esperienza dello stesso problema con questa testata.
Da scrittrice e giornalista che si occupa di temi di giustizia sociale, per me qui c'è una storia da raccontare. Tanto più che questa testata specifica non è l'unica a non aver ancora saldato la mia fattura. Ma la storia non può essere di certo iniziata con me - eppure io non l'ho mai sentita raccontare pubblicamente da nessuno. Ho come l'impressione che giornaliste e giornalisti che già fanno fatica a farsi saldare quattro lire nel giro di qualche settimana invece di più di un anno siano intimorite all'idea di raccontare questa storia, per paura di perdere collaborazioni con le testate interessate.
Ora, se chiedi a me, in un mondo giusto questa paura non dovrebbe esistere. Se le testate sono in errore, chiedono scusa, pagano e vanno avanti senza tranciare rapporti. Ma questo magari succede negli Stati Uniti - sull'Italia sono un pochino più scettica, purtroppo. Non so, mi dà l'idea che gli equilibri di potere in gioco costituiscano una barriera molto alta alla possibilità di creare fronte comune. Che ne pensi?