Piantine
Una newsletter di decompressione fra un Vannacci e l'altro.
Qualche giorno fa, di ritorno da un’intervista, sono passata per il Mercato Esquilino. Non ci vado quasi mai, nonostante si trovi a meno di dieci minuti di motorino: nella testa di chi vive a Roma, i confini della città in cui si vive sono delimitati dal perimetro raggiungibile a piedi, o per citare Zerocalcare1, si esce solo sotto casa in ciavatte. Ma dato che ero lì, ho pensato di passarci e andare a fare scorta di spezie e a esplorare un po’ l’offerta. Al banco dove ho comprato il mix per il tandoori e lo za’atar ho chiesto: ma avete una piantina di coriandolo? Mi dicono di sì, e mi consegnano una busta di plastica piena di piantine sradicate. Tempo di arrivare a casa, e metà erano insalvabili.
Le foglie ancora fresche le ho tritate e congelate. Poi ho scelto le piantine che mi sembravano avere la radice più robusta, ho mozzato gli steli e ho conficcato le radici nella terra di un piccolo vaso. Dopo pochi giorni, da quelle piante decapitate stavano nascendo delle foglie nuove. Io non so se sopravviveranno, non so neanche se diventeranno una pianta intera, però ogni giorno le guardo e ci spero. Spero che ce la faremo, le mie piantine e io.
Il Vannacci in te
La newsletter estemporanea che ho mandato la settimana scorsa per parlare di Vannacci ha assorbito molte delle energie destinate a scrivere quella nuova. Sto anche lavorando a un altro pezzo sempre sul tema, che uscirà su Valigia Blu.
Parlare di Vannacci genera fastidio in molte persone, e lo capisco: è lo stesso fastidio che provavo io tre anni fa, quando dal nulla si decise di montare un caso sul libro di uno sconosciuto generale dell’Esercito, dando per scontato che quelle copie vendute fossero frutto di uno straordinario interesse nell’opera (e senza fare quello che dovrebbe fare il giornalismo, vale a dire indagare davvero quei numeri, sproporzionati al mercato, al posizionamento del libro e al momento della sua pubblicazione). Vannacci era dappertutto, ubiquo come Padre Pio, e su ogni cosa gli si chiedeva un parere: e lui, ovviamente, ce l’aveva. Non sia mai che Robertone nostro ci faccia mancare un’opinione, pazienza se è basata sul nulla.
Il tempo di ignorarlo era, appunto, tre anni fa. Adesso bisogna occuparsene. ll suo ingresso in Parlamento è ormai certo, e sembra poter avvenire solo con due modalità: come spina nel fianco delle destre oppure (come mi sembra più probabile, dati i soggetti in questione) come alleato di una nuova coalizione di centrodestra. Il terzo scenario, un’alleanza sconfitta, mi sembra improbabile più per demerito delle opposizioni che per merito del possibile nuovo quadrato. A quello che dicevo la settimana scorsa vorrei aggiungere solo un dato (che mi riprometto di espandere): non dobbiamo fare l’errore di pensare che Vannacci attiri solo gli uomini di destra, e dico “uomini” con una certa intenzione, perché le donne di sinistra non lo votano. Sugli uomini di sinistra, invece, ho dei seri dubbi: anche i più illuminati (o che credono di esserlo) conservano idee retrive sul ruolo delle donne e sulla funzione che dovrebbero svolgere nelle loro vite a cui Vannacci, nel suo modo grezzo e non filtrato, sta dando una voce. Non sarei particolarmente stupita se quell’aspetto della sua proposta finisse per scavalcare, nella considerazione di questi soggetti, ogni considerazione sul sapere o non sapere amministrare un paese.
Tutti gli uomini si sentono uomini buoni, pure quelli che si scambiano immagini più o meno intime di donne fotografate senza consenso. È un gioco, no? Un divertissement fra amici, non fanno nulla di male. L’idea che le donne non siano persone ma funzioni sociali è più diffusa di quanto potremmo pensare, anche fra gli uomini che si sentono “di sinistra”. Per parafrasare ancora una volta la citazione di Gian Piero Alloisio resa celebre da Giorgio Gaber, e riferita a Silvio Berlusconi: non devi temere il Vannacci in sé, ma il Vannacci in te.
Ho letto
Su suggerimento di Louise O’Neill, che può vendermi quello che vuole, ho letto quasi d’un fiato Heart the Lover di Lily King, che ho poi scoperto essere stato pubblicato in Italia da Fazi con il titolo Cuore l’innamorato. In superficie è una storia semplice: un’amicizia che diventa amore, un amore che rimane nella memoria, il passato che ritorna, il potere della riconciliazione e del perdono. A me è parsa soprattutto una storia sulla potenza dello sguardo altrui su di noi e sul potere dei nomi di plasmare l’immagine che abbiamo di noi stessi. La protagonista viene chiamata in molti modi diversi (Daisy, Jordan, Hink), e quando il suo nome vero viene finalmente pronunciato, è come se un incantesimo si rompesse, liberandola. È un romanzo struggente, dolce e straziante, che si prende delle libertà interessanti con la voce narrante (un intero capitolo è formulato in seconda persona, come se la protagonista si rivolgesse direttamente a uno dei personaggi). Consigliato se volete farvi un piantino con una storia lineare, ma non banale.
Sto vedendo
Tutto il contrario di Heart the Lover, e sostanzialmente un hatewatch, a questo punto, ma come per tutti i gialli voglio vedere come finisce: A Good Girl’s Guide to Murder, su Netflix, è una delle cose più sceme che abbia mai guardato, e di cose sceme ne ho viste, eh. Al di là dei personaggi solo abbozzati e poco approfonditi, dell’ambientazione stravista (il classico villaggetto inglese in cui tutti si conoscono), della ripetitività di certe sequenze (mi mancano due episodi e siamo già almeno alla terza volta in cui Pip, la protagonista, si infila dentro casa di qualcuno o in un ambiente in cui non è autorizzata a stare, e non solo non la beccano mai, ma quando la beccano nessuno la denuncia), è una storia che non sta in piedi per mille altri motivi. Dicevamo che è un posto dove tutti si conoscono, eppure nessuno riconosce la gigantesca station wagon arancione guidata da Pip. Nell’epoca in cui presentarsi a casa di qualcuno all’improvviso è considerato impensabile, Pip lo fa. Elementi probatori importanti vengono sottratti e distrutti senza pensare a come la loro sottrazione e distruzione possa delegittimare la riapertura di un caso. Insomma, non lo consiglio. Mi sacrifico io per te.
A martedì prossimo,
Giulia
Sì, ho visto Due spicci, ma le cose che ho da dire sono troppo intime e non sono pronta. Ho pianto parecchio, anche se non quanto ho riso.


